La voce? Barometro dell’anima – Intervista al tenore e attore teatrale tarantino Gianluca Arnò

arno_de rosa_1La Redazione Whipart ha incontrato Gianluca Arnò, tenore e attore teatrale tarantino attivo nel Nord Italia e in diversi teatri italiani ed esteri, molto apprezzato dalla critica per la sua bellezza vocale, per lo stile e la competenza tecnica, doti considerevoli per la sua giovane età. Inizia il viaggio onirico nell’arte e nella lirica, in questa intervista che ci farà scoprire i retroscena più intimi dell’uomo cantore.

Lei Gianluca che ha un curriculum artistico di tutto rispetto, leggevo, ha iniziato a calcare le scene da giovanissimo, come attore in compagnie teatrali della sua città natale Taranto. Da cosa è scaturita la scelta di dedicarsi completamente al canto lirico e se esiste, chi è stato il suo primo modello di riferimento?

«Ho sempre avuto la passione per il teatro. Nel frattempo studiavo pianoforte, suonavo l’organo per la mia parrocchia a Paolo Sesto (TA), facevo parte di un coro polifonico della stessa, diretto da un grande Maestro che attualmente dirige la Banda della Finanza a Roma. Tutti mi dicevano che avevo questa voce interessante, ma io non me ne rendevo conto.
Quando in un momento difficile della mia vita ho lasciato la facoltà di ingegneria e quindi mi sono sentito un po’disorientato, perché da una parte volevo continuare il teatro, ma dall’altro mi rendevo conto che quella facoltà mi avrebbe portato a tutt’altro percorso, allora ho inciso un disco in casa con un carissimo amico (che attualmente è uno speaker radiofonico) e mi sono lanciato in canzoni di Bocelli. Quando abbiamo prodotto il disco e masterizzato, e dopo averlo riascoltato, non mi capacitavo nemmeno io del risultato.
La mia voce è stata in sostanza una scoperta assolutamente casuale. Fui incoraggiato anche da una insegnante del Conservatorio Paisiello (TA) che, a seguito di un’audizione, quasi mi intimò di dedicarmi alla lirica perché secondo lei avevo una voce molto interessante sostenuta da un talento teatrale. Da quel momento ho iniziato ad ascoltare opere, guardare vecchi video per meglio comprendere ciò in cui mi sarei imbattuto. posso affermare con sicurezza che grandi come Pavarotti, Maria Callas, tanto per citare i più noti del mondo della lirica e, Paolo Poli, Eduardo De Filippo, per quanto concerne il teatro, siano stati i miei primi modelli di riferimento e i miei miti in assoluto.»

Lei ha lavorato con grandi del calibro di Carla Fracci, Andrea Bocelli, Raul Gimenez. Quanto questi incontri sono un caso fortunato e fortuito nella vita di un lirico e quanto siano in realtà, una conseguenza di un disegno ben preciso, una predestinazione nella vita dell’artista?

«Io Bocelli l’ho conosciuto, ad esempio, perché abbiamo cantato insieme in un concerto al Teatro Alighieri di Ravenna nel 2008, e gliel’ho pure detto, di aver intrapreso questa strada dopo aver cantato le sue canzoni. Fu molto buffa e singolare questa cosa come anche il fatto di aver conosciuto Luca De Filippo, Paolo Poli che, come le dicevo, erano dei miei miti.
Credo che il destino, quando sei indirizzato, allineato, quando cioè fai ciò a cui la tua anima anela, ciò che il tuo Io desidera , fa si che ti accadano questi strani avvenimenti: fai incontri eccezionali, molte cose ritornano. Ci sono state una serie di cose che mi hanno fatto capire che questa era la mia strada o che comunque ci sarei dovuto almeno passare. È il meraviglioso cerchio della vita in cui tutto, anche se a primo acchito può non sembrare, torna. Ad esempio all’inizio mi era stato sconsigliato di proseguire come attore per evitare che la recitazione mi modificasse l’assetto della voce e quindi mi sono un fermato.
Un bel giorno però il Conservatorio di Ferrara stava preparando il Carnevale degli Animali del compositore francese Camille Saint-Saëns, il quale ha bisogno di un narratore come Pierino e il lupo di Prokofiev. L’incaricato mancava e allora mi sono proposto al direttore che, sorpreso dalla mia performance, mi scritturò per il giorno dopo. Ecco quindi che ritorno da lirico a vestire nuovamente i panni dell’attore teatrale.
Si tratta di un caso, di un evento fortunato? Io credo che ci sia una certa predestinazione o meglio, una straordinaria corrispondenza tra il definire i propri obbiettivi artistici e gli eventi che si susseguono da questo momento, creandone la realtà fisica. Un altro incontro importante è stato quello con un corista del Teatro Comunale di Bologna (Ercole D’Aleo), il quale mi ha seguito per anni, anche gratuitamente quando ero in difficoltà economiche, ed ha rappresentato una guida nel momento iniziale, quello più delicato.»

Esiste quindi un legame indissolubile tra recitazione e lirica o è una condizione riconducibile alla Sua esperienza personale?

«Credo che le due strade, non solo nella mia esperienza ma in generale, procedano parallelamente. Lo stesso tenore Giacomo Lauri Volpi, un grande degli inizi del ‘900, autore anche di trattati sul canto, definì il cantante lirico come cantore, cioè cantante-attore. Il canto lirico è azione, non come il jazz o il pop, generi nati per lo più come lamentazioni. Il canto lirico è l’apoteosi del teatro.»

Lei Gianluca si è esibito nell’estate del 2014, in occasione della Rassegna Estiva a Taranto, affiancando il Gershwin Quintet in Summertime. Come questo ci sono stati altri ritorni trionfali nella Sua città natale. Perché (e in questi nostri tempi moderni azzannati dalla crisi generale, questo è all’ordine del giorno) un giovane artista così come uno studioso, è costretto all’allontanamento accademico perché incompreso dalla propria realtà natia? E perché, se così fosse, il Nord Italia così come l’Estero appaiono più sensibili all’arte e al dare una chance concreta di notorietà ad un giovane di talento?

«Non si tratta nemmeno di essere incompresi o non capiti. Esiste però un, innanzitutto, ammorbamento, un effetto quasi narcotizzante nei nostri territori d’origine, che ci costringe ad uscire dalla nostra zona di presunto comfort e approdare a realtà artisticamente più accoglienti e ispiranti, anche se lontane. E poi c’è, ahimè, una differenza abissale di organizzazione che mina il culto e la fruizione dell’arte.
Ho osservato con grande dispiacere lo stato degli splendidi mosaici in una importante chiesa della mia zona d’origine: vengono “calpestati” da sedie quotidianamente. Se quindi manca la tutela di qualcosa di meraviglioso che già esiste, come può esserci una spinta verso il nuovo? Per quanto riguarda l’essere scoperti all’Estero poi, per noi lirici è routine. (sorride, ndr) Basti pensare a un Caruso o al grande Pavarotti, i cui nomi sono stati “creati” oltreoceano per poi rientrare vittoriosi in Italia ed espandersi nella loro grandezza, in tutto il mondo.»

Ritornando al fattore crisi, come ha retto la lirica a questo momento di grande incertezza economica? È oggi ancora di più, appannaggio di classi economiche più agiate e quindi se così, si crea una sorta di gap generazionale secondo cui il giovane precario viene escludo dal poter godere di uno spettacolo teatrale che ha costi effettivamente diversi?

«Allora questo è un argomento complesso di cui parlare, perché ci sono diversi motivi a riguardo. Comunque tra i giovani l’opera va; è molto importante però la scuola di provenienza cioè quanto l’istituto tenga a coinvolgere al godimento di uno spettacolo teatrale la scolaresca. Io per esempio ho partecipato a spettacoli per le scuole come attore e come mimo, partendo anche dalla mia parrocchia e i bambini che venivano a vederci, non erano certo spettatori di opere di Wagner ad esempio, ma seguivano Elisir d’Amore, storielle accattivanti, semplici e ne erano davvero entusiasti.
Per quando riguarda la scuola del bel canto, essa è effettivamente in declino, per vari motivi riconducibili a fenomeni sociologici, psico-sociologici e fenomeni legati alle mode. Viviamo in una società pressante, frenetica. Esiste, tanto per fare un esempio, una certa educazione nel tenere la voce bassa nei luoghi pubblici, un’attenzione che in passato non c’era, una sorta di ammaestramento civico dovuto ad un incremento demografico. E’ buffo vedere come più ti sposti verso il Sud e più si tende ad avere un tono alto in pubblico. Questa è una particolarità di noi Italiani, ma dei paesi caldi in genere. La muscolatura che ci permetteva di parlare liberamente era molto più vicina alla pratica lirica, mentre adesso lo stress ti fa respirare “col torace”, con la parte alta dei polmoni e questo significa avere una voce più sottile, piena di fiato e priva di rilassamento e profondità.
Prima i cantanti lirici venivano reclutati da come parlavano al bar o per strada e questo l’ho sentito da testimonianze indirette che riguardavano i grandi del passato, ma posso sottoscriverlo io stesso perché anche mio nonno ebbe la stessa esperienza. Aveva la voce del tenore impostata, e mi raccontò che un giorno al bar, mentre con il solito tono di voce alto chiedeva il suo caffè, venne avvicinato da un maestro del conservatorio che gli propose di iniziare a studiare canto lirico, avendo appunto notato in quel frangente la sua forza vocale. Tutto ciò dagli inizi del ‘900 sino agli anni ‘70. Tanti grandi cantanti reclutati in questo modo non conoscevano nemmeno le note. Lo stesso Pavarotti non aveva il diploma in conservatorio. Era la spontaneità del loro carattere che li faceva vincere in quest’arte. Decadendo la scuola belcantistica, la gente oggi non capisce più perché andare ad ascoltare in teatro artisti che cantano semplicemente “con un volume elevato”.
Particolarità del canto lirico è poi, che la voce è impostata nello stesso luogo fisico di dove era localizzata la nostra voce da bambini: basti pensare allo squillante “Mamma! Mamma!”. La voce del bambino è in maschera, cioè all’altezza degli occhi, perché ha la laringe alta e le corde vocali sono fisicamente più vicine alle zone di risonanza, cioè a dove si chiede al cantante lirico di “favellare”. Queste sono le ragioni per cui anche un profano può emozionarsi all’ascolto di un bravo cantante dal vivo: un ricongiungimento al tono di voce dell’infanzia e mai del tutto rimosso. Infine le mode, l’avvento del digitale. Con i dispositivi elettronici è più facile ascoltare quella musica più fruibile, tutta incentrata su una sorta di empatia emotiva, ciò che oggi ci serve per sentirci più compresi. Ma la musica classica è un’altra cosa: è più costosa perché coinvolge tanti artisti e musicisti, ed ha una partecipazione emotiva forte da parte dello spettatore.»

Un’ultima domanda un po’ più intima. Cosa è per Lei l’arte in generale o la lirica e che effetto ha avuto su di Lei e sulla Sua anima?

«La lirica è una cosa meravigliosa. Insegnando canto, mi è capitato di toccare corde intime dei miei allievi soltanto attraverso nozioni apparentemente tecniche. Capitava che alcuni di loro si commuovessero durante le lezioni, quindi questo le fa capire, quanto la voce sia uno strumento di un’intimità incredibile. La voce è ciò che io chiamo il “barometro dell’anima”. Nella fonazione lirica poi viene stimolato il sistema parasimpatico, cioè quello che viene coinvolto nell’amore, nel sesso, nella riproduzione e poi c’è il diaframma , muscolo che dedichiamo alla respirazione profonda del sonno. Emozioni molto forti e totalizzanti.
Il canto viziato smaschera il nostro Io, quello giusto ne richiede un abbandono, quindi il mio pensiero sul canto è legato al divino, pur se nell’atto pratico è qualcosa di assolutamente fisico e carnale. Invito la gente ad avvicinarsi a questo mondo, a seguire qualsiasi corso anche a livello amatoriale, di canto o di teatro perché sono attività che salvano l’anima, sono attività rigeneranti. Sono percorsi che tutti dovremmo fare. Nell’antica Grecia da adolescenti si recitava, si cantava, si danzava e si veniva contemporaneamente addestrati alla guerra, ma la danza e il teatro erano assolutamente radicati nella cultura.
Per me quindi è un’attività che “accarezza” Dio, o in genere qualcosa di mistico e assoluto, e tutta l’arte assolve a questo meraviglioso compito. Perché ci emozioniamo davanti a un Mantegna o ad un Michelangelo? Perché rasentando la perfezione, anche solo l’osservazione di questi grandi, cesella la nostra anima, migliorandola ed elevandola sempre di più.»

GIANLUCA ARNO’ (Tenore) in pillole

Ha intrapreso gli studi del canto con Ercole D’Aleo e frequentato il conservatorio “G. Frescobaldi” di Ferrara iniziando da subito un’intensa attività concertistica. Ha perfezionato lo studio del canto con Giuliano Ciannella, Paolo Coni e Nicola Martinucci. Si è esibito in numerosi teatri Italiani: Teatro Rossini di Pesaro, Teatro greco di Palazzolo Acreide (Siracusa), Teatro Comunale di Ferrara, Teatro sociale di Trento, Teatro Comunale di Bologna, Teatro Cristallo di Bolzano, Teatro Guardassoni di Bologna, Teatro sociale di Rovigo, Teatro Malibran di Venezia, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro due di Parma, ottenendo grandi consensi da parte del pubblico e della stampa e, nell’ Aprile 2007, si è esibito con successo in Australia, a Sydney, nella Verbrugghen Hall.
Ha affrontato come solista “Petite messe solennelle”di G. Rossini; “Messiah”, “Dixit Dominus” e “Te Deum per Utrecht” di G. F. Handel ; “Requiem”, “Litaniae de venerabili altaris Sacramento” op. K.125 (nel 2006) e “Messa Brevis in G major” op K.140 di W. A. Mozart. Ha interpretato ruoli da protagonista nelle opere:“Oedipus Rex” di Stravinsky (Teatro greco di Siracusa per l’Ente Nazionale Dramma Antico e Teatro Rossini di Pesaro), “SĀVITRI” di G. Holst (Teatro Guardassoni di Bologna), “Elisir d’amore” di G. Donizetti , “La Rondine” di G. Puccini (Teatro comunale di Bologna), “Bastien und Bastienne” a Rovereto per una produzione del centro servizi culturali S. Chiara di Trento, “La notte di un nevrastenico” di N. Rota al Teatro sociale di Trento con la regia di Nicola Ulivieri e ha dato voce al narratore in “Histoire du Soldat” di I. Stravinsky in una produzione del teatro La Fenice di Venezia (replicato al Teatro Due di Parma).
Si è esibito per la maratona di Telethon 2008, in un concerto ripreso da RAI UNO, al fianco di Carla Fracci ed ha affiancato in concerto numerosi cantanti noti, come Daniele Barioni, Lamberto Furlan, Andrea Bocelli, Raul Gimenez, Fiorenza Cedolins, Nicola Ulivieri.
Lavora spesso per il Teatro Comunale di Ferrara ed altri enti nazionali anche per la scrittura e l’interpretazione di spettacoli di teatro-musica, avendo iniziato il suo percorso artistico in giovanissima età come attore. Nel 2009 ha firmato la sua prima regia sull’intermezzo buffo “Pimpinone” di T. Albinoni al festival Buffalago ed ha vinto il premio teatrale “Bacchelli” per il “miglior adattamento originale” su “Il carnevale degli animali” di C. Saint-Saëns.
E’ ospite telefonico de “Radio Costanzo Show”, ogni settimana, sulla più importante emittente radiofonica italiana, RTL 102,5, per cui si esibisce in brevi pillole d’opera a tema con l’argomento trattato nel format condotto da Maurizio Costanzo.
Attualmente vive a Trento dove insegna canto moderno presso il centro “fatefaville” (www.fatefaville.it) e dove terrà il suo primo convegno sulla voce nel prossimo 26 febbraio (presso il centro “Io sono”). Impegnato, sempre nel territorio, per un concerto all’appena inaugurato teatro Zandonai di Rovereto, il prossimo 12 febbraio. Infine ogni martedì, alle 20.45 circa, è in diretta telefonica su RTL 102.5.

LINK DIRETTO ALLA REDAZIONE WHIPART —-> http://lnx.whipart.it/teatro/10179/gianluca-arn%C3%B2-lirica-teatro.html

Gianluca Arnò in Addio fiorito asil, Madama Butterfly (Puccini) —-> http://www.youtube.com/watch?v=n3Oz6_GI-cY

Fatefaville Laboratorio Voce Trento —-> http://www.fatefaville.it/home.aspx

Radio Costanzo Show su RTL 102.5 con Gianluca Arnò —–> http://www.rtl.it/rubriche/