Una certa idea di mondo – Alessandro Baricco

ALESSANDRO BARICCO

Una mattina come le altre: caffè, cornetto e, recuperata la giusta dose di zuccheri, via in edicola.
Acquisto La Repubblica e il sorridente negoziante mi propone di aggiungere altri 2 euro alla mia spesa per il supplemento di un volumetto. Lo guardo (il volumetto intendo; i negozianti mi inquietano sempre quando, sogghignando consigliano altri acquisti, e quindi solitamente non li guardo) e vedo, in mostra sul bancone, un libello sulla cui copertina minimal in bianco e nero, troneggia in rosso ma a lettere minuscole, il nome dell’autore: Alessandro Baricco.

Mi sforzo allora di prolungare l’attenzione e leggo il titolo: Una certa idea di mondo. Faccio un rapido calcolo: 2 euro, nessun fronzolo editoriale di presentazione, un nome che mi risuona nella mente già da un po’. Lo compro! Saluto con un grugnito l’edicolante, così, giusto per non leggergli nello sguardo la soddisfazione di avermi “con-vinta” nella trattativa.
Guadagno l’uscita e quasi trotterellando torno a casa con il mio bottino: l’opera attende di essere letta. Mi metto comoda e aprendo il libro leggo queste poche righe sulla seconda di copertina: «Io di cose che conosco davvero, e amo senza smettere mai, ne ho due o tre. Una è i libri. Mi è venuta un giorno questa idea: che se solo mi fossi messo lì a parlare di loro, prendendone uno per volta, solo quelli belli, senza smettere per un po’ – beh!, ne sarebbe venuta fuori innanzitutto una certa idea di mondo. C’erano buone possibilità che fosse la mia.». Chiaro, semplice e conciso è anche il prologo in cui l’autore spiega come nell’opera intenda parlare dei 50 libri più interessanti che abbia letto negli ultimi 10 anni. Di certo qualcuno penserà che il progetto in sé non contenga chissà quale novità o significato trascendentale, ma credo che nella semplicità del motivo creativo sia racchiusa la profondità del suo messaggio.
Azzardo col dire che per Baricco valga stavolta il detto: «Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei.». Sì perché, chi sia ufficialmente questa macchina da guerra dell’arte lo sappiamo credo, in molti: piemontese di nascita, classe 1958 e con un curriculum di tutto rispetto che spazia dalla scrittura alla saggistica e critica musicale per poi giungere alla conduzione televisiva, alla sceneggiatura e alla regia. Cogliere invece l’aspetto un po’ più intimo del Baricco uomo è possibile, non senza qualche difficoltà legata alla volontà dell’autore (ma credo di ogni artista) di non risultare troppo facilmente leggibile, in maniera scontata e asettica. Ascoltare la voce di uno scrittore che ti sussurra in un orecchio mentre fai scorrere un dito sulle pagine dei suoi libri è una vera e propria sfida: parlo naturalmente a chi fa della lettura un momento di dialogo interiore e non solo un esercizio pratico per la mente. Credo che si legga attraverso sistole e diastole cardiache più che per mezzo di impulsi visivo-cerebrali.
E dall’analisi di Una certa idea di mondo, edito nel 2012 dal Gruppo Editoriale L’Espresso – Roma, si scoprono i gusti personali di Alessandro Baricco, la sua grande passione per lo sport (in particolare per il calcio e il tennis), il suo profondo interesse per l’eziologia storica e la propensione alla sagace ironia quando, ad esempio, cita passi tratti da battute cinematografiche di Paolo Villaggio in Fantozzi. Il tutto concentrato in 154 pagine ordinate meticolosamente: gli articoli recensivi sui libri riportano addirittura le date che si distanziano sempre di una settimana. Singolari la struttura e l’impaginazione: ad ogni piccolo saggio vengono dedicate sempre 3 pagine, quasi come se l’autore volesse imprimere un alone di sacralità alla sua opera inneggiando sottilmente alla Trinità Divina; ma questa può essere una personale suggestione di una lettrice affannosa che desidera ardentemente decriptare il codice nascosto di un testo. All’inizio di ogni paragrafo, Baricco appone in corsivo e rigorosamente virgolettata una breve didascalia in cui enuncia l’aneddoto che lo ha portato ad acquistare quel determinato libro.

Ritorna, quasi ossessivamente, l’idea del «per caso passavo di lì e l’ho comprato» oppure «per caso un amico mi consiglia questo titolo». Ora, non è per improvvisarsi a tutti i costi detective alla Robert Langdom ne Il Codice da Vinci, ma il caso nella scelta di un’opera, è un’ipotesi che non regge. Anzi, oserei dire che quando è uno scrittore a scegliere di leggere un libro realizzato da altri, si innesca quasi un rapporto primordiale e animalesco: i due (prosatore in carne ed ossa e volume cartaceo) si stanno già cercando senza saperlo, si annusano, a volte di schivano ma alla fine si trovano. L’accurata rassegna di Baricco mette in luce proprio questo stretto legame, fornendo delle descrizioni a dir poco fotografiche dei 50 libri vagliati che mi hanno permesso di ricordarli distintamente, solamente scorrendo l’indice: passo così, dalla traiettoria di un ace di Agassi nella sua autobiografia Open a camminare per le strade sensuali e indolenti di Bangkok di Lawrence Osbourne, fino al triste respiro glamour di Colazione da Tiffany di Truman Capote.
Baricco non redige la sua personale lista della spesa (letteraria): non gliene importa assolutamente nulla di convincere noi pubblico a leggere i suoi personali titoli preferiti. Il suo lavoro è stato scolpire con carta e penna un monumento a tutto ciò che in lui ha stimolato una certa idea di mondo. Qualcuno ha criticato il suo comporre, giudicandolo lezioso.
L’autore infatti non fa mistero della sua assidua ricerca terminologica; continuando nella mia lettura mi appare come un acuto e irriverente Pietro Bembo dei giorni nostri, teso sì al recupero di lemmi che hanno fatto la storia della lingua italiana, ma diretto e franco nell’introdurre squisite scurrilità che ti riportano alla realtà. Non ho apprezzato il fatto che non siano indicati gli estremi bibliografici delle opere, perché anche la scelta di un’edizione rispetto ad un’altra la dice lunga sul pensiero di un autore/lettore e qui manca del tutto. Non conosco direttamente Baricco, ma se ho ben letto tra le righe del suo libro non dev’essere uno a cui piaccia essere adulato. La giusta conclusione allora mi sembra questa: la magistrale scorrevolezza della sua prosa lo rende quasi odioso (ho detto quasi?) e dunque credo che, in base alla mia idea di mondo, sia più soddisfacente essere detestati per il proprio talento che essere tollerati per la propria rassicurante inettitudine.

 

http://lnx.whipart.it/letteratura/9072/de-rosa-baricco.html