“LA VITA? UN’OPERA D’ARTE.” ERMANNO OLMI OSPITE A CHE TEMPO CHE FA

mqdefaultLa ricerca della bellezza. Un raffinato estetismo volto ad accarezzare ogni piccolo sussurro della natura e convogliarlo verso quell’unica foce di comune interesse: l’umana esistenza. È con questi concetti che esordisce l’ottantunenne regista italiano Ermanno Olmi ospite, domenica 13 gennaio, nella nota trasmissione televisiva Che tempo che fa.

Dopo una gag in materia di stile, francamente poco riuscita tra il conduttore Fabio Fazio e Lapo Elkann e dopo le disastrose incursioni linguistiche di quest’ultimo, fa la sua apparizione un maestro del cinema italiano: la quiete dopo la tempesta, che  placa il mio profondo disappunto,  trattenuto a fatica,  nei confronti di chi ancora nel 2013,  tenta impunemente di far scempio della nostra meravigliosa lingua erodendone la purezza.

Ma torniamo a Olmi: giunge su RAI TRE per promuovere la sua ultima fatica editoriale dal titolo L’Apocalisse è un lieto fine. Da sola l’intestazione di quest’opera,  una sorta di autobiografia del regista bergamasco, appare come un violento schiaffo morale verso  l’ondata di isteria collettiva che ha caratterizzato la fine dello scorso anno. Oltre al racconto di eventi personali, nel suo libro Olmi traccia una fisiognomica dei registi più importanti del panorama internazionale, spiegando perché alcune personalità avrebbero diretto determinate pellicole e non altre. Onestamente, ciò che mi ha catturata non è stata la presentazione della sua recente pubblicazione, bensì l’avvincente monologo che Ermanno Olmi ha regalato ad una platea costituita non solo dal pubblico in studio, ma anche da quello televisivo. Un signore dai capelli bianchi e dal sorriso ironico e contagioso, che parla della vita con quella tipica saggezza che non scaturisce da lauree o dottorati (pare che in gioventù avesse iniziato prima il liceo scientifico per poi spostarsi in quello artistico, senza comunque completare gli studi), ma dal vivere la vita stessa in tutte le sue più svariate manifestazioni di magnificenza.

Quest’uomo non più giovanissimo che fatica a restar seduto su una sedia troppo scomoda per la sua schiena dolorante e che ironizza sul suo udito ormai calato, dinanzi ad un conduttore che di rado lo guarda negli occhi.  La capacità d’attenzione di Fazio nelle sue interviste  è a dir poco imbarazzante: domande rivolte all’ospite di turno che si susseguono senza una reale forma di interesse alla risposta e intervallate da sguardi preoccupati verso gli assistenti di studio che scandiscono il tempo ancora a disposizione. Forse alle volte occorrerebbe abbandonare gli impietosi tempi  televisivi e rivolgere più attenzione alla persona, al concetto espresso e alla poesia in esso contenuta. Ho apprezzato in Olmi anche la sua reazione a tutto questo: avendo intuito la mancata corrispondenza visiva del suo interlocutore, lo bypassa con eleganza rivolgendosi a noi tutti, al suo pubblico. E con un po’ di presunzione, dico che il regista da me ricordato (data la mia giovane età) per il più recente Centochiodi  (nel cast un sorprendente Raz Degan; pellicola del 2007 incentrata sul valore della natura e sulla ricerca esistenziale), ha parlato proprio alla mia persona: il suo messaggio ha bucato lo schermo e come un direttore d’orchestra, muovendo mani d’artrosico magnetismo, è arrivato al cuore di ognuno di noi.

Vivere l’esistenza come un fatto unico. Il nostro film inedito alla ricerca della bellezza in ogni dettaglio infinitesimale: un fiore, un lago, la brezza su un ponte, una pennellata appena accennata su un quadro, un personaggio solo abbozzato in un libro che scompare a poco a poco. Facile, dirà qualcuno, inneggiare come un profeta alla vita quando veniamo bersagliati quotidianamente da notizie di omicidi, dallo spread che non cala, dalla disoccupazione diffusa come una metastasi cancerosa. Facile, perché detto da un uomo che ha avuto tutto dalla vita. Io invece mi chiedo se sia solo la fortuna, oppure  un atteggiamento di fanciullesco stupore nei confronti di ogni miracolo giornaliero, che ponga le basi per la costruzione della propria identità. Olmi ci dice di seguire la nostra personale opera d’arte e di arricchirla con tutti i colori della nostra anima, perché è lì che sta l’essenza degli eventi, del tempo. Scontato? No, perché a volte le cose che appaiono più ovvie vengono taciute, annientando il loro valore prodigioso e quindi è bene che qualcuno ce lo ricordi. Grazie Ermanno.

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