Il bulimico comunicativo – Ecco a noi tutti, Giorgio Faletti!

faletti_de rosa_1Ci sono occhi, semplici bulbi oculari, fanteria dell’apparato visivo.
Raccolgono la luce proveniente dall’ambiente, ne regolano l’intensità, la focalizzano formando sulla retina un’immagine, trasformata poi in una serie di segnali elettrici che lungo il nervo ottico vengono inviati al cervello, elaborati e interpretati.
Ci sono occhi astigmatici, miopi, strabici, sporgenti, chiari, scuri…e poi c’erano i “suoi” occhi, armi potenti e infallibili contro l’impotenza e la fallibilità di chi li guardava.
Giorgio Faletti ha scelto il 4 luglio 2014 per consentire a qualcun altro di ammirarli e di poter ascoltare l’inconfondibile e urlato a squarcia gola:
«Adalpiiinaaaa!».
Il Franco Tamburino di Drive In, stilista internazionale con sedi ad Abbiategrasso, Bellinzona e New York, dal retrogusto effeminato e misogino, che chiama ogni oggetto al femminile (“la telefona”, ad esempio).

Solo uno dei tanti volti di uno come Giorgio che si era laureato in giurisprudenza per volere del padre e che poi si era dato alla sua prima grande vocazione, il cabaret.
«Penso che una risata sia il più grande dono di un uomo ad un altro uomo» disse nell’ultima intervista.
Eh… com’è difficile scrivere su di un essere così speciale, morto venti giorni fa e non scadere nel melodrammatico! Ma 63 anni di vita e di vitalità, di “bulimia comunicativa” come amava descriverla lui, non meritano il disfacimento depressivo di lamenti e lacrime.
Ben intesi, però: il vero comico è colui che è giunto alla risata attraversando il dolore più profondo. Che con un colpo di coda ha sublimato una lacrima trattenuta in gola, in una forza esplosiva e liberatoria che scuote la laringe, sospende per un attimo l’aspirazione ed erutta in un limpido avorio sulle labbra!

Dal cabaret alla musica: come non ricordare Signor Tenente sul palco in fiore di un Sanremo 1994. Autore di testi per Milva, Marco Masini e tanti altri. Dalla musica alla letteratura, passando per il rally, per un ictus invidioso del suo argento vivo e che lo ha ulteriormente rafforzato nella sua corsa all’espressione artistica.
Io uccido, edito da Baldini & Castoldi nel 2002: 4 milioni di copie vendute.
Niente di vero tranne gli occhi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004: 3 milioni e mezzo di copie vendute. E poi Fuori da un evidente destino, Io sono Dio, Appunti di un venditore di donne e l’ultimo romanzo Tre atti e due tempi, ambientato nel mondo del calcio. Devo continuare?

Il retorico commiato mediatico lo ha definito con un leonardesco, «Morto oggi un artista poliedrico». Francamente questi scontati epitaffi giornalistici hanno ormai stancato! Nessuno che abbia definito Faletti per ciò che è stato realmente: il più intenso e ansioso “verginello” dell’arte e della comunicazione!
No, non scandalizzatevi miei cari lettori perché capirete cosa voglio dire dalle stesse parole di questo genio, grande perché umile. Mago delle prefazioni e dei ringraziamenti (di rado ne ho mai letti di così onesti!), nella piccola prefazione dell’autore al libro di racconti, Pochi inutili nascondigli, edito dalla trinità Baldini Castoldi Dalai, quasi i Mogol/Battisti della letteratura, nel 2008 scrive:
«Eccomi.
Se anche vivessi cent’anni, per mia conformazione mentale ed emotiva non riuscirei mai a smettere di considerare ogni volta come la prima volta. La mia vita è stata costellata di tante prime volte. Per mia fortuna non sono freddi numeri in un elenco ma ricordi pieni di un morbido tepore in un angolo significativo della memoria. Oggi mi accorgo che questa forma di apprensione è ancora più forte quando mi presento a un pubblico di lettori con delle parole su carta.»

Ah, che magia l’eterno debutto!
Passano istanti che partoriscono anni, scorrono i fotogrammi di questo breve film che chiamano vita e non abbiamo braccia abbastanza lunghe né mani sufficientemente rapide, per catturare l’entità più libera per eccellenza: il tempo.
Ma una soluzione forse c’è: evitare di volerlo imbrigliare a tutti i costi e scegliere di galoppargli accanto, sperimentando ogni volta la diversità, la creatività e mutare nella progressiva conoscenza del nostro io più vero.
Se c’è una cosa che spaventa l’uomo da sempre, dopo la felicità, è il guardarsi realmente dentro.
Non stupisce sapere alla fine che esistono appunto, “pochi inutili nascondigli”, per la nostra vera essenza. Dopo i romanzi di grande successo, ecco la prima volta di Giorgio come scrittore di racconti venati di noir e horror: una ricerca nel torbido, nei lati di personaggi insospettabili che si svelano in una sconvolgente manifestazione di verità. Quasi sempre la verità è la violenza, per chi è stato violentato nel dover celare a tutti i costi la propria natura.

Nei racconti dell’opera uno fra tutti, colpisce profondamente non solo per la prosa inconfondibile di Faletti che passa dalla semplicità descrittiva al verso poetico con grazia, pathos e nemmeno una stonatura, ma anche per l’innovazione creativa in un panorama letterario attuale dall’immaginario sempre più social e poco profondo.
Ne la Ragazza che guardava l’acqua, tutto inizia con una giovane donna che piange su un pontile. Il racconto è scritto in prima persona da un essere inimmaginabile: il mostro del lago, solitario abitante di una caverna sotterranea che di tanto in tanto, in debito di ossigeno sale in superficie e respira l’umanità dei passanti. Il suo è un sentire fatto di vibrazioni. Non può mostrarsi, l’umanità rifiuta il mostruoso esteriore cullandone l’interiore si sa e non può comunicare con nessuno. Benedette vibrazioni di vita che da un cuore al suo, creano un laccio di sottile condivisione. Il mostro non ha età o non ne ha coscienza:
«Non so da quanto tempo sto qui. Ricordo che ad un certo punto, molto tempo fa, ho avuto la percezione di esistere e che dovevo nascondermi per continuare a farlo.»

Molto più umano di quanto sembri, non vi pare? Ma perché lei? Perché questa creatura dai capelli rossi e gli occhi chiari, dai «vestiti con colori piccoli e gentili» ha colpito così tanto il mostro?
«Era come se per la prima volta avessi incontrato qualcuno che mi somigliava…». La osserva sempre di nascosto e si nutre del suo dolore: magari potesse rassicurarla dal mondo, molto più mostruoso dei suoi piedi palmati. L’occasione però arriva: un uomo cerca la ragazza, la trova sul solito pontile e la picchia; inveendo contro di lei le intima di seguirlo in macchina. Le urla della giovane possono bastare.
Dalle acque del lago si erge il mostro che con forza trascina l’uomo in profondità, uccidendolo. Risalito in superficie e ancora timoroso di spaventarla, vive il momento più bello della sua esistenza: la ragazza non ha paura di lui e gli accarezza gentilmente la testa. Il mostro e la mostruosità che forse lei non aveva mai avuto il coraggio di compiere. Così diversi ma ora vicini nell’indicibile, nel turpe segreto che salva la vita, che riporta alla vita:
«Nessuno è più venuto a cercarla. Adesso quando guarda l’acqua sorride.»

Per dirla come Vito Catozzo, «porco mondo che c’ho sotto i piedi»!
Un estratto della psiche umana e dell’istinto animale che pervade ognuno di noi, partendo dal tema fantastico dei mostri forse più caro all’infanzia che all’età adulta.
Pittore, equilibrista sulla fune sempre pericolosa dei caratteri tipografici in nero, “arrapato di Juventus” come lui stesso amava dipingersi, andandosene ci ha lasciato tutto. E in ogni quadro, canzone, romanzo o raccolta di racconti che apprezzeremo, ci sembrerà di sentire il Tamburino più fashion del jet-set, gridare:
«Adaaalpiiinaa! ‘Ttacca la miusica va!».

https://www.youtube.com/watch?v=Qa4IgieVkhE Giorgio Faletti, “Signor Tenente”

https://www.youtube.com/watch?v=DQAqDU-WFZE Giorgio Faletti alle Invasioni Barbariche

https://www.youtube.com/watch?v=qJIsI1096_4  Giorgio Faletti e la Bulimia Comunicativa

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